PGD & Legge 40: Considerazioni sulla procedura
La diagnosi genetica pre-concepimento, di per se, non e’ una
novità. Tale metodica e’ stata impiegata per la prima volta
nel 1990 da un gruppo di ricercatori statunitensi (Verlinsky
et al., 1990), prevedendo inizialmente l’analisi del 1PB.
Successivamente, gli stessi ricercatori hanno integrato la
procedura effettuando l’analisi sequenziale del 1PB e del
2PB (Verlinsky et al., 1997), al fine di aumentare
l’efficacia della metodica, ovviando ai limiti di
informatività dovuti ai già citati fenomeni di
ricombinazione.
I suddetti ricercatori, non essendo vincolati da alcuna
restrizione normativa, hanno però impiegato un protocollo
che prevedeva l’analisi dei globuli polari (1PB o 1PB+2PB)
dopo la fecondazione. Tale scelta , tuttavia, era obbligata,
a causa del lungo tempo necessario per il completamento
della procedura diagnostica (circa 16h), non compatibile con
i tempi massimi di fertilizzazione degli ovociti, che
solitamente devono essere fecondati entro 6h dal loro
prelievo. Il nome di tale procedura e’ stato, quindi, in
seguito modificato in “diagnosi genetica pre-zigotica o
pre-embrionica” (Kuliev et al., 2001, 2006), proprio perché
la diagnosi genetica interviene dopo la fertilizzazione
dell’ovocita, prima della formazione dello zigote (che
avviene al momento della singamia, circa 18 ore dopo la
fecondazione).
I protocolli di diagnosi genetica pre-zigotica, tuttavia,
non sono idonei per essere applicati nel nostro Paese perché
se la ICSI viene effettuata prima di conoscere il risultato
dell’esame genetico del globulo polare, la legge 40
obbligherebbe il trasferimento in utero di tutti i possibili
embrioni prodotti, rendendo quindi la diagnosi genetica
inutile. L’unica procedura che rientra nei limiti imposti
dalla citata legge, e’ la diagnosi genetica pre-concepimento,
eseguendo l’analisi genetica del solo primo globulo polare
(1PB), ma prima della fertilizzazione dell’ovocita. La ICSI
sara’, quindi, effettuata solo dopo aver ottenuto gli esiti
dell’esame genetico, presupponendo che si abbia la
possibilita’ di impiegare un protocollo diagnostico che
venga completato prima che intervenga la degenerazione in
vitro degli ovociti.
Infatti, per effettuare l’analisi genetica del 1PB, prima
della fertilizzazione dell’ovocita, vi e’ un limitato spazio
temporale, che ad oggi ne ha precluso una applicazione di
routine.
Il Ns. Centro ha ovviato a questa limitazione temporale,
ottimizzando un protocollo diagnostico rapido che puo’
essere portato a termine entro 4h, quindi in tempo utile per
eseguire la fertilizzazione degli ovociti risultati,
all’analisi genetica, essere privi della mutazione materna.
Nella ricerca, condotta analizzando un numero di 147 ovociti,
tale procedura si e’ dimostrata estremamente efficace,
fornendo una corretta diagnosi nel 100% dei casi.
Nonostante i limiti sopra descritti, La diagnosi
pre-concepimento e’ molto utile per quelle coppie portatrici
di una malattia genetica che non vogliono affrontare il
rischio di un’interruzione della gravidanza nel caso in cui,
a seguito di diagnosi prenatale, venga individuato un feto
affetto dalla specifica malattia. Molte di queste coppie,
dopo l’approvazione della legge 40, si sono rivolte a centri
di PMA esteri, ubicati in Paesi con legislazioni meno
restrittive, ricorrendo al cosiddetto “turismo
riproduttivo”.
L’opzione di un trattamento in Italia, mediante diagnosi
genetica pre-concepimento, potrebbe evitare a queste coppie
notevoli disagi, dovuti soprattutto al fatto di essere
costretti a ricorrere ad un trattamento sanitario in un
paese straniero, con medici che parlano una lingua diversa,
affrontando ingenti spese, sia correlate al trattamento
(costo della procedura, farmaci, visite mediche) che al
viaggio e alla permanenza in loco. La diagnosi
pre-concepimento può, inoltre, dare una speranza a molte
coppie che non possono affrontare queste spese, a causa
delle limitate disponibilita’ economiche. Ciò sta creando
un’iniquità di accesso alle pratiche sanitarie, diritto
sancito costituzionalmente. L’opzione della diagnosi sull’ovocita
fornirebbe alle coppie Italiane l’opportunità di ottenere un
accesso gratuito alle tecniche di PMA, i cui costi e quelli
dei relativi farmaci sarebbero a carico del Sistema
Sanitario Nazionale.
A parte l’aspetto sociale, la diagnosi genetica
pre-concepimento consente di superare un sentito problemo
etico, che e’ stato la causa principale del divieto della
diagnosi preimpianto: la manipolazione dell’embrione a fini
diagnostici. Utilizzando questa procedura, la diagnosi
genetica viene eseguita sull’ ovocita, e non sull’embrione.
A differenza della diagnosi preimpianto, che comporta
l’esclusione di quegli embrioni che all’analisi genetica
risultano affetti dalla specifica patologia genetica di cui
la coppia e’ portatrice, con la diagnosi pre-concepimento,
invece, si esclude a priori la possibilità di produrre
embrioni con anomalie genetiche.
E’ probabile che, una volta rimosso il principale ostacolo
etico (cioè il test genetico sugli embrioni) che ha
determinato una forte contrapposizione tra le due opposte
visioni della tutela dell’embrione, i legislatori italiani
perverranno ad un accordo condiviso che permetterà di
rimuovere il divieto di accesso alle tecniche di PMA alle
coppie fertili, permettendo quindi il ricorso alla diagnosi
genetica pre-concepimento anche alle coppie a rischio di
trasmettere una malattia genetica alla prole, e non solo
alle coppie che oltre ad essere a rischio genetico sono
anche infertili, come accade attualmente.
Infine, si auspica che i risultati della nostra ricerca
possano rappresentare un valido supporto alla
sensibilizzazione dei nostri legislatori, permettendo di
aprire nuovamente la discussione sull’argomento e rivedere
le restrizioni imposte dalla legge 40.